Chi costruisce un mondo narrativo finisce inevitabilmente per conoscerne molto più di quanto comparirà nel romanzo.
Sa come funziona il governo, quali guerre hanno modificato i confini, quanto costa attraversare un continente, chi fabbrica le astronavi e quali materiali vengono utilizzati per rivestirne lo scafo.
Può conoscere la storia di una città mai visitata dai protagonisti, la biografia di un sovrano morto secoli prima e il principio fisico alla base di un dispositivo che il lettore vedrà per pochi secondi.
Tutto questo lavoro è utile.
Il problema comincia quando l’autore, dopo averlo compiuto, sente il bisogno di mostrarlo.
Il ragionamento è comprensibile: se ho impiegato giorni a progettare questa tecnologia, il lettore deve sapere come funziona. Se ho immaginato tremila anni di storia, devo raccontarglieli. Se conosco la composizione dell’atmosfera, la durata dell’anno e l’origine di ogni istituzione, perché dovrei lasciarli fuori?
Perché il romanzo non è la documentazione del mondo.
È una storia che si svolge al suo interno.
Il lettore non deve conoscere tutto ciò che l’autore sa. Deve ricevere le informazioni necessarie per comprendere ciò che accade, immaginare ciò che conta e credere nelle conseguenze.
Il resto può rimanere dietro la pagina.
Un dettaglio non diventa necessario perché è interessante
Questa è forse la distinzione più difficile.
Un’informazione può essere:
- originale;
- scientificamente plausibile;
- coerente con il mondo;
- frutto di una lunga ricerca;
- molto interessante per l’autore;
e rimanere comunque superflua nella scena in cui viene inserita.
La domanda non dovrebbe essere:
Questo dettaglio è bello?
Ma:
Che cosa produce qui?
Un’informazione si guadagna il proprio spazio quando svolge almeno una funzione precisa. Può permettere al lettore di comprendere un’azione, stabilire un limite, anticipare una conseguenza, mostrare una disparità di potere, rivelare il carattere di qualcuno o preparare qualcosa che tornerà più avanti.
Quando non fa nulla di tutto questo, rischia di essere soltanto una prova del lavoro svolto dall’autore.
Il lettore, però, non sta valutando il nostro dossier preparatorio.
Sta seguendo una storia.
Primo esempio: mostrare il sistema mentre qualcuno lo usa
Versione ipotetica sbagliata
Non tratta da Verso Hemelslinn
Nella Repubblica Federale di Galàxias, ogni cittadino era registrato in una banca dati biometrica centralizzata. Le piattaforme di verifica controllavano la conformazione cranica, le impronte digitali, la retina, il DNA e altri centoventisette parametri biologici.
Il sistema era stato introdotto molti secoli prima attraverso una legge federale sulla sicurezza e veniva utilizzato negli uffici pubblici, negli spazioporti, nelle banche e negli esercizi commerciali. Ogni transazione era associata all’identità, alla professione, al grado e al pianeta d’origine del cittadino.
Il coinqubit era la valuta ufficiale. Il suo valore dipendeva da un complesso sistema di crediti quantici garantiti dalla Banca federale di Galàxias.
Anche l’acquisto di ossigeno e azoto era regolato da una normativa specifica, che determinava la quantità concessa in base al numero dei membri dell’equipaggio, alla durata del viaggio e alla classe dell’astronave.
Khàleb si avvicinò allo sportello per effettuare il rifornimento.
Tutte queste informazioni potrebbero essere coerenti.
Il problema è che arrivano prima dell’azione e rispondono a domande che il lettore non ha ancora posto.
Non serve conoscere la storia legislativa della verifica biometrica. Non serve sapere chi garantisce la moneta. Non serve consultare il regolamento federale sulle riserve atmosferiche.
Alla scena basta mostrare ciò che accade quando un cittadino utilizza quel sistema.
Estratto reale da Verso Hemelslinn
Si rivolse all’impiegato seduto dietro lo sportello: «Buongiorno, avrei bisogno di ricostituire le riserve di ossigeno e azoto del mio vascello stellare» «Sì. Salga sulla piattaforma di verifica, prego», rispose l’emaciato impiegato senza neanche guardarlo. Indicò una piccola nicchia al fianco dello sportello. Dopo esservi salito, l’impiegato attivò un interruttore. Fu investito da una luce arancione, la procedura di scansione iniziò. Apparve un monitor olografico sul quale, una dietro l’altra, vennero visualizzate delle scritte: Verifica conformazione cranica… Verifica impronte digitali… Verifica iride… Verifica DNA… Tutte le verifiche completate. Nome: Khàleb Sòngan. Anni: 35. Pianeta di origine: Tàmius. Sistema stellare: Fresis. Professione: Ricercatore minerario. Grado: Prima Guida. «Prima Guida Sòngan, quante unità le servono?» chiese l’impiegato allungando il collo per leggere sull’olomonitor il risultato della scansione di verifica. «Vediamo… siamo quattro persone, per due settimane… seimila unità dovrebbero bastare, grazie». L’impiegato comunicò a voce la quantità al computer e, rivolto a Khàleb, lo informò: «Le sono stati addebitati duemila coinqubit». Poi guardò di nuovo l’olomonitor. «Il vascello stellare è la Delphís, parcheggiata nell’area numero ventiquattro, vero?» chiese come se avesse posto quella domanda milioni di volte. «Tra dodici ore verrà rifornita in automatico. Arrivederci».
Analisi della scelta narrativa
Il sistema politico e amministrativo di Galàxias non viene spiegato.
Viene utilizzato.
Khàleb ha bisogno di ossigeno e azoto. Per acquistarli deve sottoporsi a una scansione, indicare la quantità, pagare e attendere il rifornimento.
In pochi passaggi scopriamo che:
- l’identità viene verificata biometricamente;
- professione e grado fanno parte dei dati registrati;
- le transazioni sono quasi completamente automatizzate;
- la moneta si chiama coinqubit;
- anche l’aria necessaria a sopravvivere durante il viaggio ha un costo;
- il servizio non è immediato.
Queste informazioni non sono isolate dalla scena. Influenzano ciò che Khàleb deve fare.
Il numero dei membri dell’equipaggio e la durata prevista del viaggio determinano la quantità acquistata. Il costo modifica le sue risorse. Le dodici ore di attesa stabiliscono quando la Delphís potrà partire.
Il worldbuilding entra quindi nella causalità della storia.
Anche il comportamento dell’impiegato aggiunge qualcosa. È impersonale, ripete una procedura compiuta innumerevoli volte e quasi non guarda il cliente. La tecnologia non rende il servizio meraviglioso: lo rende burocratico.
Non ci viene spiegato che Galàxias possiede un’amministrazione automatizzata e distante.
Lo percepiamo.
Nota sulla ripetizione delle scansioni
Nel romanzo, la procedura completa viene mostrata una sola volta per ciascun membro dell’equipaggio, perché in quel momento permette di introdurre anche informazioni come età, pianeta d’origine, professione e grado.
Nelle scansioni successive, invece, il procedimento viene contratto con formule sintetiche simili a:
La piattaforma completò la verifica e mostrò i suoi dati.
È una scelta efficace: la prima volta il lettore deve comprendere il sistema; dopo averlo imparato, ripeterne ogni passaggio rallenterebbe inutilmente la scena.
L’informazione viene quindi estesa quando aggiunge qualcosa di nuovo e compressa quando serve soltanto a garantire continuità.
Secondo esempio: spiegare soltanto ciò che motiva una scelta
Una tecnologia inventata invita facilmente alla spiegazione.
L’autore sa quali particelle utilizza, come viene alimentata e quali passaggi rendono possibile il processo. La tentazione è fermarsi e raccontarlo.
Ma il lettore ha davvero bisogno di conoscere il funzionamento completo?
Dipende da ciò che sta accadendo.
Versione ipotetica sbagliata
Non tratta da Verso Hemelslinn
Il teletrasporto utilizzava un analizzatore quantico capace di registrare la posizione e lo stato energetico di ogni particella del corpo umano. I dati venivano convertiti in una matrice informativa, compressi e trasmessi attraverso una rete di nodi subspaziali.
Nel luogo di destinazione, un ricostruttore molecolare utilizzava materia disponibile in un serbatoio per riprodurre il corpo secondo la matrice ricevuta. Il procedimento richiedeva 1,7 secondi e consumava una quantità di energia proporzionale alla massa trasferita.
Dopo numerose controversie filosofiche sull’identità personale, la Corte federale aveva stabilito che la persona ricostruita dovesse essere considerata giuridicamente la stessa partita dal punto d’origine.
Khàleb decise di non usarlo.
L’ultima frase dovrebbe essere la conseguenza di tutto ciò che precede.
In realtà, le informazioni più elaborate non aiutano a comprenderla.
Non sappiamo che cosa provi Khàleb. Non sappiamo quale parte del funzionamento lo turbi. Conosciamo il dispositivo meglio del personaggio.
Estratto reale da Verso Hemelslinn
Gli faceva sempre un certo effetto veder scomparire così una persona. Il teletrasporto esisteva da millenni e lui stesso l’aveva usato innumerevoli volte; però il sapere che ogni singolo atomo veniva scomposto, convertito in energia e ricomposto in un altro luogo, lo rendeva sempre un po’ inquieto. Gli incidenti mortali erano rari, ma potevano verificarsi. Non se la sentiva di usare tale mezzo e così salì sul marciapiede a levitazione.
Analisi della scelta narrativa
Il passaggio comunica soltanto tre informazioni fondamentali.
La prima: il teletrasporto è una tecnologia antica e comune.
La seconda: il corpo viene scomposto e ricostruito.
La terza: gli incidenti sono rari, ma non impossibili.
Tutte e tre servono a comprendere la decisione finale.
Khàleb non evita il teletrasporto perché ignora cosa sia. Lo ha già usato molte volte. Il suo disagio nasce proprio dalla consapevolezza del processo e dal piccolo margine di rischio.
L’informazione tecnologica diventa così caratterizzazione.
Un altro personaggio potrebbe entrare nella capsula senza pensarci. Khàleb preferisce il marciapiede a levitazione.
Il lettore non deve conoscere il tipo di energia impiegato, il metodo di trasmissione o il protocollo di ricostruzione. In quella scena non cambierebbero nulla.
Il dettaglio necessario non è quello che spiega meglio la macchina.
È quello che spiega meglio la scelta.
Terzo esempio: quando una spiegazione ampia è davvero giustificata
Non tutte le spiegazioni devono essere brevi.
A volte una storia ha bisogno di soffermarsi sul funzionamento di una tecnologia, sulla storia di una società o sulle fasi di un processo.
La lunghezza non è automaticamente un difetto.
La domanda rimane la stessa:
Perché queste informazioni arrivano proprio adesso?
Versione ipotetica sbagliata
Non tratta da Verso Hemelslinn
La terraformazione era una disciplina nata ventiseimila anni prima. Prevedeva l’analisi della massa planetaria, della gravità superficiale, della pressione atmosferica, dell’inclinazione dell’asse e della composizione minerale.
I fototrasduttori polari avevano un rendimento medio dell’ottantasette per cento. Il loro compito era sciogliere le calotte ghiacciate e liberare anidride carbonica. In seguito venivano introdotte duecentotrenta specie di licheni geneticamente modificati, quarantadue tipi di insetti e numerose varietà vegetali selezionate.
Le procedure erano state regolamentate dal Trattato federale di Themis e divise in dodici fasi operative, ciascuna sottoposta alla supervisione di un comitato scientifico.
Jàleh raccontò a Lýdja che Tàmius era stato terraformato.
Il worldbuilding è ricco, ma il dialogo arriva quando la lezione è già terminata.
Soprattutto, molte informazioni non servono alla domanda che ha generato la conversazione.
Estratto reale da Verso Hemelslinn
«Com’è Tàmius?» chiese Lýdja. «Beh, è stato terraformato da poco…» «Terraformato? Avete davvero terraformato dei pianeti? Alcuni nostri scienziati ne hanno teorizzato i principi, ma sono, appunto, solo teorie. Dimmi come ci riuscite, ti prego». «Milioni di pianeti», sottolineò Jàleh. «Certo, te lo spiego. La tecnica di terraformazione è stata affinata nel corso di migliaia di anni…» iniziò a spiegarle: «Si comincia collocando in orbita, in prossimità dei poli, alcuni fototrasduttori che, concentrando e amplificando l’energia solare, li riscaldano, sciogliendone il ghiaccio. Nei dieci anni successivi in genere s’innesca il ciclo delle precipitazioni piovose. L’acqua e l’anidride carbonica creano così un effetto serra. Poi, nella fase successiva, vengono piantati dei licheni, che, riproducendosi, consolidano il nuovo clima. Duecento anni dopo vengono importati i primi insetti in grado di sopravvivere con poco ossigeno. Dopo altri trent’anni, in genere, si iniziano a piantare gli alberi adatti ai climi rigidi, come pini e abeti. Dopo altri duecento anni si piantano le latifoglie e si importano altre forme animali selezionate fra uccelli, mammiferi, rettili e pesci. Trascorsi altri duecento anni, il pianeta è pronto per essere colonizzato dall’uomo». Lýdja rimase estasiata a ogni nuovo particolare descritto. «Ci vogliono seicento anni per terraformare un pianeta?» Come minimo, si può arrivare anche a mille». «Davvero un’impresa titanica!» «Lo puoi ben dire».
Analisi della scelta narrativa
Qui la spiegazione è molto più lunga rispetto a quella del teletrasporto.
Eppure possiede una giustificazione narrativa.
Lýdja ha posto una domanda. Per lei la terraformazione non è una tecnologia abituale, ma una possibilità che la sua civiltà ha soltanto teorizzato. Il divario di conoscenze tra le due donne rende naturale la spiegazione.
La risposta, inoltre, non serve soltanto a descrivere un procedimento.
Stabilisce la scala tecnologica di Galàxias.
Jàleh non dice che è stato terraformato un singolo pianeta sperimentale. Sottolinea: «Milioni di pianeti». In due parole, il lettore percepisce millenni di espansione umana e un’enorme capacità organizzativa.
La sequenza delle fasi rende credibile il processo perché mostra che non avviene all’istante. Sono necessari secoli, trasformazioni climatiche progressive e l’introduzione ordinata di forme viventi sempre più complesse.
Il dettaglio più importante è forse proprio il tempo.
Se la terraformazione richiedesse pochi giorni, apparirebbe come magia tecnologica. Sei secoli minimi le restituiscono peso.
La reazione di Lýdja impedisce inoltre alla spiegazione di rimanere un monologo puramente tecnico. La meraviglia misura la distanza tra le due civiltà e rafforza la relazione che si sta formando attraverso lo scambio di conoscenze.
In questo caso, dunque, una spiegazione ampia è giustificata perché:
- risponde a una domanda autentica;
- nasce da una differenza fra i personaggi;
- definisce la scala del mondo;
- modifica la percezione di Lýdja;
- rende plausibile una tecnologia importante.
La spiegazione è ampia, ma non si trasforma in una lezione estranea alla scena: nasce da una domanda autentica, appartiene alla competenza di Jàleh e produce una reazione precisa in Lýdja.
Perché la scansione dei tempi è coerente con il personaggio
La successione degli intervalli — dieci anni, duecento, altri trenta, altri duecento — conferisce alla spiegazione un andamento tecnico e metodico. In un altro contesto potrebbe apparire meccanica, ma qui è coerente con Jàleh, che è una planetologa e sta descrivendo un procedimento appartenente al proprio campo operativo e di studio.
Jàleh non si limita a comunicare che la terraformazione richiede molto tempo. Ne scandisce le fasi come farebbe una specialista: riscaldamento dei poli, formazione delle precipitazioni, consolidamento del clima, introduzione progressiva di vegetali e animali, colonizzazione umana.
La precisione temporale svolge quindi più funzioni:
- caratterizza la competenza scientifica di Jàleh;
- distingue il suo modo di osservare e spiegare il mondo;
- rende percepibile la complessità della terraformazione;
- impedisce che il processo sembri una trasformazione quasi magica;
- risponde in modo credibile alla richiesta esplicita di Lýdja: «Dimmi come ci riuscite».
La reazione finale di Lýdja dimostra inoltre che i numeri non rimangono inerti. È proprio la durata complessiva a colpirla:
«Ci vogliono seicento anni per terraformare un pianeta?»
La scansione delle fasi prepara quindi la battuta e permette a Lýdja — e al lettore — di comprendere la reale grandezza dell’impresa.
In questo caso, comprimere il procedimento farebbe guadagnare rapidità, ma sottrarrebbe qualcosa alla caratterizzazione di Jàleh, alla differenza tra le due civiltà e alla credibilità scientifica del worldbuilding.
Il worldbuilding non si misura in quantità
Un mondo non appare più credibile perché contiene più informazioni.
Appare credibile quando le informazioni concordano tra loro e producono conseguenze.
Un solo prezzo può raccontare un’economia.
Una procedura amministrativa può suggerire la struttura di uno Stato.
Una tecnologia evitata può rivelare il rapporto fra progresso e paura.
Una trasformazione lunga secoli può mostrare la capacità di una civiltà meglio di dieci pagine sulla sua storia.
Il dettaglio efficace apre il mondo.
Quello superfluo lo ingombra.
L’autore deve conoscere ciò che il lettore non saprà mai
Eliminare un’informazione dalla pagina non significa che sia stato inutile inventarla.
Il lavoro nascosto serve a mantenere la coerenza.
Se sappiamo come viene prodotta l’energia, eviteremo che la nave funzioni secondo regole diverse da un capitolo all’altro. Se conosciamo l’economia, attribuiremo prezzi compatibili. Se abbiamo progettato la storia politica, comprenderemo come reagiscono le istituzioni.
Il lettore può non ricevere queste informazioni direttamente, ma ne percepirà gli effetti.
È la differenza tra un mondo incompleto e un mondo che non si mostra tutto.
Nel primo mancano le risposte.
Nel secondo le risposte esistono, ma il romanzo le rivela soltanto quando servono.
Il momento giusto vale quanto l’informazione giusta
Una spiegazione può essere necessaria e arrivare comunque nel momento sbagliato.
Raccontare la storia delle corporazioni mentre il protagonista sta fuggendo da un’esplosione spezza la tensione.
Descrivere nei dettagli il sistema propulsivo prima che il lettore sappia perché la nave debba partire crea distanza.
Illustrare una tecnologia quando qualcuno la compra, la teme, la rompe o la scopre produce invece una ragione immediata per ascoltare.
Il lettore accetta più facilmente un’informazione quando ne avverte il bisogno.
Prima nasce la domanda.
Poi arriva la risposta.
La prova della cancellazione
Durante l’editing possiamo prendere ogni blocco informativo e domandarci:
Se lo eliminassi, che cosa perderebbe la scena?
Se perderemmo la comprensione di un’azione, il dettaglio è probabilmente necessario.
Se perderemmo una conseguenza, un limite o una motivazione, è importante.
Se perderemmo la voce del personaggio o la percezione della società, può meritare spazio.
Se non cambierebbe nulla, forse l’informazione è interessante soltanto per chi l’ha inventata.
Possiamo anche porci altre domande:
- Il lettore ha bisogno di saperlo adesso?
- Chi sta fornendo l’informazione ha un motivo per farlo?
- Il personaggio che ascolta la conosce già?
- La spiegazione modifica la scena oppure la sospende?
- Sto introducendo troppi nomi, numeri o concetti nuovi insieme?
- Questo dettaglio tornerà oppure scomparirà per sempre?
- Posso mostrarne l’effetto invece di descriverne il funzionamento?
Non tutte le informazioni che sopravvivono a queste domande devono essere brevi.
Devono però essere necessarie.
Il mondo più vasto è quello che continua oltre la pagina
Un buon worldbuilding non dà l’impressione che il lettore abbia ricevuto l’intero archivio.
Suggerisce che esista ancora qualcosa fuori campo.
Una procedura intravista lascia immaginare migliaia di uffici simili.
Una moneta utilizzata senza spiegazioni lascia intuire commerci, salari e disuguaglianze.
Una tecnologia con un piccolo rischio suggerisce incidenti, regolamenti e paure collettive.
Il mondo sembra grande non quando viene spiegato tutto, ma quando ogni particolare visibile lascia intuire una realtà più ampia.
L’autore costruisce l’intero edificio.
Il lettore non ha bisogno di visitarne ogni stanza.
Gli basta sentire che le altre porte conducono davvero da qualche parte.
Verso Hemelslinn è una space opera romantica e umanista senza alieni, ambientata in una galassia costruita attraverso tecnologie, economie, istituzioni e dettagli quotidiani che acquistano significato nelle scelte dei personaggi.